Non possiamo sempre dire che nella nostra struttura tutto sia perfetto e funzioni alla grande: ogni tanto bisogna avere il coraggio di raccontare anche il lato oscuro. Prendiamo il fattaccio delle doghe arancioni della segnaletica congressuale che, per fortuna, risale a parecchi anni fa.

La questione delle doghe arancioni.

Talvolta, nei momenti di bonaccia, ci vengono idee malsane, quando sarebbe assai più opportuno darsi alla contemplazione degli yacht attraccati al Molo Vecchio. Una di queste idee, fu quella del rifacimento della segnaletica interna, costituita da doghe di metallo in tinta arancio acceso: ci pareva poco efficace e di scarsa coerenza stilistica.

L’opinabile utilità dei cartelli.

I cartelli, diciamo la verità, non li guarda nessuno. Non abbiamo mai visto un congressista dall’aria compresa davanti alle doghe arancioni con i nomi delle sale, a cercare di desumere meridiani e paralleli della sala agognata. Mai visto qualcuno alzare gli occhi fino ai cartelli appesi al soffitto, per prendere buona nota di trovarsi al secondo piano del Modulo 8. Più facile vederlo che si guarda intorno con aria smarrita, aspettando l’Angelo di Dio che scenda a condurlo per mano sino alla Sala Tramontana.

Però noi lo scriviamo, dove sono le sale e dove sono i moduli, lo scriviamo un po’ ovunque: sui cartelli appesi al soffitto, infissi nei muri, posti sopra le porte e i varchi; italiano sopra, corsivo inglese nella riga sotto.

Segnaletica congressuale: fase uno.

Sulle doghe allora avevamo anche messo i rettangolini colorati, un colore per ciascuna sala, come erano indicati nella nostra brochure, vagheggiando che tutti avrebbero girato con il depliant in mano come un messale, a cercare il rettangolo bordeaux della Sala Scirocco o quello ocra della Ponente. Preziosismi del tutto pleonastici.

Fatto è che tutte queste indicazioni – i nomi dei piani, i rettangoli colorati, il corsivo – nelle doghe stavano stretti e facevano disordine.

Ci vollero mesi di cogitazioni, per elaborare un principio base utile all’ottimizzazione della compilazione bilingue, economizzando sulle parole, per recuperare spazio utile a una migliore leggibilità.

Il nostro fornitore di segnaletica, dopo due mesi di arzigogoli grafici, ci telefonò dicendo:

“Non ci capisco il verso, è un lavoraccio, fatemi un favore: passatelo a un concorrente.”

Altri quaranta giorni, ed elaborammo un sistema strutturato meglio. Una prima tornata di doghe venne rimossa, e consegnata al laboratorio di arti grafiche insieme all’elenco dei nomi da trascrivere. Se ne perse traccia per un mesetto.

Al terzo o quarto sollecito, il fornitore telefonò ammettendo:

“Non ci capisco il verso, le doghe sono di sette misure diverse, non so più che cosa va scritto dove.”

Da qui prese l’avvio la mostruosa reazione a catena, con una transumanza ciclica di fardelli di doghe dal laboratorio al Centro Congressi e viceversa, per reiterati tentativi e successivi ineluttabili errata corrige. Dopo altri due mesi, tra stalli e rifacimenti dei rifacimenti, la vista di una doga arancione iniziava a procurare a tutti accenni di eritema cutaneo.

Segnaletica congressuale: fase due.

Resi più consapevoli dall’esperienza, gestimmo meglio la successiva tornata.

Il primo piano del Centro Congressi partì verso il laboratorio di grafica per il restyling, accompagnato da indicazioni decisamente più articolate e, di conseguenza, i tempi di rientro dei cartelli si ridussero sensibilmente. Ma quelli trascorsi dalla prima alla seconda consegna avevano intanto cancellato nel fornitore la traccia mnestica delle dimensioni dei font e, di conseguenza, molte delle nuove scritte risultarono essere due corpi più grandi di quelle precedenti. Ovviamente lo risultarono solo una volta rimontate.

Le regole del dimensionamento devono essere una questione tremendamente tosta, da veri virtuosi di regolo e compasso, e questo ci deve spiegare come sia scappata un po’ di mano la gestione dei pittogrammi, per cui a fianco all’omino e alla donnina dei WC, la tazza di caffè indicante il bar in rapporto risultava grande come una piscina da giardino.

Tuttavia, recuperammo qualche punto sul fronte del politicamente corretto, e il simbolo dell’ascensore, anche quello un tempo con un lui e una lei intrappolati in un rettangolo, ci venne reinterpretato con l’aggiunta di un terzo ometto, presumibilmente gender.

La bussola impazzita.

Sul perché nello stesso piano di Modulo fossero state originariamente collocate un’unica serie di doghe più grandi, a est, e una doppia serie di doghe più piccole affiancate, a ovest, non ci si volle addentrare più di tanto, decidendo di assumere il fatto come un dogma. Non si batté ciglio neanche alla consegna di due doghe con la stessa scritta, Sala Grecale, e le rispettive frecce che indicavano direzioni diametralmente opposte.

Si avvertì appena un flebile sospiro, come un palloncino che si sgonfia, vedendo che l’unica doga ricollocata dai nostri operai nell’arco di un pomeriggio, reinserita a calci e a pugni nella struttura portante nel frattempo inspiegabilmente ristrettasi, indicava che sempre la medesima Sala Grecale era posizionata verso il centro città invece che verso la Lanterna.

Ne concludemmo che o la Sala Grecale per motivi ignoti stava un po’ sulle scatole a tutti, ed era in atto un boicottaggio o, evidentemente, quindici anni qui dentro non erano stati sufficienti a radicare nella memoria degli addetti la collocazione delle cose.

Questa tesi, del resto, viene avvalorata quotidianamente dalle infruttuose ricerche di qualsivoglia attrezzo nei magazzini deputati, smentendo definitivamente con ciò il principio aristotelico secondo il quale ogni elemento ha la tendenza a rimanere o a tornare nel proprio luogo naturale.

Segnaletica congressuale: fase tre.

Quando infine giungemmo al rifacimento dei cartelli del secondo piano, l’ottanta per cento delle doghe aveva ormai fatto chilometri avanti e indietro, per la sequela di revisioni e riedizioni. Ogni volta che vedevamo arrivare il furgone del fornitore con una nuova consegna, ormai almeno due alla settimana, partivano fitte di emicrania.

Trascorsi sei mesi dall’inizio della tribolata vicenda, venne ultimato il terzo piano, raggiungendo lo sfinimento collettivo. Restavano ancora dei cartelli da correggere, nella convinzione che sicuramente ancora per qualche anno, attraversando i saloni e gettando lo sguardo sulla segnaletica, avremmo trovato qualche negligenza da sanare.

A quel punto la decisione fu di prenderci qualche mese sabbatico, facendo scorrere la sabbia tra le dita e recitando mantra, e rimandando il discorso all’autunno seguente, quando avremmo smontato tutto per ripartire da zero. Intanto, che per favore imparassero tutti dove caspita stesse la Grecale.

Post Scriptum.

Duole aggiungere che due anni fa, in un altro momento di bonaccia, si è decretata poco efficace e di scarsa coerenza stilistica, la segnaletica a doghe arancioni. Ci sono state nuove cogitazioni, coadiuvate da architetti e grafici, e si è programmata una radicale sostituzione del sistema di indicazioni.

C’è sicuramente una maledizione che grava sulla sciagurata segnaletica congressuale, altrimenti non si spiegherebbe come la vicenda si sia ripetuta, mutati i fornitori, sostanzialmente in fotocopia, e si sia finalmente conclusa solo qualche mese fa.

Ma di questo vi racconteremo dopo un altro periodo sabbatico, altri sgranamenti di sabbia tra le dita e di mantra; rientrato intanto, si auspica, il principio di gastrite che affligge attualmente un po’ tutto lo staff.