Il nome della sala.

In una sede congressuale, soprattutto se molto articolata,  c’è l’ovvia esigenza di rendere facilmente identificabili le sale. Di frequente si usano nomi riferiti alla capienza: Sala Duecento, o al colore delle sedute: Sala Gialla. Più spesso vengono battezzate con i nomi delle capitali oppure quelli di personaggi famosi, meglio se legati alla storia cittadina.

Nel nostro caso, trattandosi di una struttura inserita in un contesto marittimo, ma soprattutto legata dalle Colombiane del ’92 ai temi del mare e della navigazione, è parso certamente coerente e suggestivo dare alle sale convegni i nomi dei venti  che a queste coste sono familiari per frequentazione.

E noi, che per il solo fatto di essere collocati nel porto ci sentiamo un po’ marinai, riteniamo che non si sarebbero potute chiamare altro che così.

Dove ti porta il vento?

Inizialmente furono quindi gli imponenti Maestrale e Grecale per le due sale principali,  Libeccio e Scirocco per le due mediane, e Levante e Ponente per le minori, orientate secondo il senso delle raffiche.

Con la frequentazione ci si prende la mano, ma per chi si trova qui per la prima volta non è così immediato abbinare il vento alla sala di pertinenza. Mica siamo tutti velisti. E dal momento che le nostre sale sono modulari e in buona parte possono essere la risultanza dell’unione di due distinte,  all’inizio talvolta i clienti producono inquietanti combinazioni di nomi e incroci di folate.

Le sale non bastano mai, per cui  nel tempo ci siamo ingegnati a recuperarne alcune nuove, dove possibile: nelle pieghe dell’edificio tecnico, oppure all’interno, spingendo in là qualche muro per gratticchiare qualche mezzo metro. Fatte le sale, le abbiamo dovute nominare, e qui abbiamo dato fondo alla Rosa dei Venti.

Con la  Tramontana ce la siamo cavati egregiamente,  e’ un vento che conosciamo bene.  Ma con le sale successive, qualche anno dopo, siamo rimasti in panne per un po’. Infine abbiamo varato, con ardite escursioni tra emisferi e tropici, una Aliseo,  una Austro e una ridondante Zefiro, queste una un piano sopra l’altra a guardare nella stessa direzione, l’orientamento determinato puramente per default. Con un successivo intervento architettonico è quindi arrivata la Bora, e per darle il nome ci siamo dovuti spingere con l’otre di Eolo fin sulle coste adriatiche.

Venti e non più venti.

Avidi di nuovi spazi per l’accoglienza dei nostri congressisti, abbiamo recentemente inaugurato altre due sale riunioni: con ciò abbiamo nuovamente teso l’indice controvento nel tentativo di catturare l’indizio di un refolo residuo.

Abbiamo intercettato uno sbuffo di Marin  per la più grande. Ma per la piccolina di casa, una saletta VIP  con affaccio sul mare che sembra di stare nella cabina di uno yacht, abbiamo dovuto bordeggiare non poco prima di approdare a un timido Brezza.

Succede  non di rado che per qualche congresso le sale esistenti siano comunque insufficienti, e se ne debbano allestire di estemporanee negli open space. Allora gli organizzatori si lanciano in ventose improvvisazioni, razziando quanto è rimasto, sostanzialmente i venti non presenti su piazza, come il Meltemi e il Föhn. Va tantissimo il Ghibli.

In un solo convegno abbiamo avuto insieme tre sale dedicate allo stesso vento, declinato in Austro, Ostro e Mezzogiorno. Ormai si naviga a vista: un congresso o l’altro saremo forse scompigliati da raffiche di Chinook o di Pampero. 

Purchè si resti in favore di vento.