Se avete fatto qualche giro tra i post di questo Magazine, lo avete ormai capito che del nostro Centro Congressi siamo orgogliosi e che abbiamo un debole per la nostra città e per il Porto Antico.

Forse potete anche immaginare, voi che con la comunicazione ci lavorate, che se siamo talvolta ridondanti nei concetti è  per compiacenza alle regole del marketing, del branding, del posizionamento SEO. Ecco, nel timore di risultare tediosi e fors’anche un po’ stucchevoli,  vorremmo ogni tanto poter lasciare la parola a qualcun altro che racconti per noi.

Qualcuno che di Genova ci dia – e soprattutto la dia a voi che organizzate eventi e convogliate persone nelle città che non sempre conoscete- la sua lettura culturale, professionale o magari scanzonata, con una pennellata da Impressionista, con un cammeo.  Così quando sceglierete Genova per i vostri convegni, avrete già respirato un po’ della sua aria. Che è buona aria di mare!

Genova riscoperta, anni e muri dopo.

Abbiamo chiesto al Prof. Luciano Parisi, genovese da anni foreign professional in prestigiose università negli Stati Uniti e in Inghilterra, attualmente Associate Professor of Italian Literature alla University of Exeter, UK, di pensare per qualche attimo al Porto Antico e di regalarci le immagini che affiorano.

Eccole:

1987. Per me c’erano allora due muri importanti: quello di Berlino e quello del porto di Genova. Avevo attraversato il primo, che si estendeva oltre Berlino per dividere la Germania Est dalla Germania Ovest. L’avevo fatto un paio di volte con curiosità, sorpresa, compassione. Non avevo mai attraversato il secondo che divideva il porto dal resto della città gettando un’ombra grigia su via Gramsci e piazza Caricamento e che, per me, rimandava anche a certi muri simbolici – di marginalità, di integrazione in parte mancata.

2017. Quei due muri non esistono più. L’abbattimento del primo rappresenta l’evento storico più importante vissuto dalla mia generazione. Quello del porto di Genova è stato rimosso ai tempi delle celebrazioni colombiane e ha riaperto il porto a genovesi e visitatori. L’ho visitato con un’amica e ho scoperto porta Siberia, i Magazzini del Cotone, il Bigo, i locali, le zattere su cui decine di persone fanno ginnastica come se la salvezza del mondo dipendesse dalla loro atleticità e mi sono sentito stranamente a casa. Questo è il mondo cosmopolita ed integrante di cui sentivo allora la mancanza. Anche il ricordo dei muri simbolici, adesso, è insicuro. Forse erano fantasmi personali.

Conclusione. La costruzione dei muri ha quanto meno uno scopo. La soddisfazione che si prova nel rimuoverli, quando è possibile farlo.