Interpreti in cucina.

Adesso tutte le aziende di catering si sono dotate di collaboratori quanto meno anglofoni, esperti in decrittazione e interpretazione dal gastronomese di tendenza. Ma si ricordano tempi in cui tra le righe dei menu tradotti in Inglese per gli organizzatori stranieri si celavano intriganti arcani lessicali.

Com’è che le seppie in umido si trasformassero per taluni in Flying Squids, calamari volanti, più consoni alle pagine di un manuale di biologia marina e rievocanti alla mente i mostri del Capitano Nemo, incuriosiva non poco.

La quique, per quiche, era un classico ricorrente, forse sull’onda di reminiscenze latine – Tu quique! – da esame di maturità dell’istituto alberghiero, che verosimilmente tormentano i sogni degli chef.

C’erano poi ibridi da laboratorio linguistico-gastronomico, come le mini briochines, che a una lettura distratta si potevano anche immaginare un gruppo di ballerine di salsa portoricana, o le rissoline, crocchette che solo gli Iniziati erano in grado di ordinare consapevolmente.

I più creativi inoltre ammantavano di nomi suggestivi i piatti altrimenti più modesti o banali, e si spendevano “fantasie”, “trionfi” e “cascate” nel tentativo di nobilitare la risaputa parata di affettati misti.

Svarionando.

Pochi ma prolifici, i caterer distratti, che in un solo menu riuscivano a infilare tutto un repertorio annuale di svarioni ortografici, con risultati esilaranti e talvolta inquietanti.

Quali ingredienti si saranno celati ad esempio nei fagottini di salme con fichi, che avrebbero fatto la loro bella figura sui tavoli di una convention di agenzie di onoranze funebri? E la torta della nanna, conteneva forse un blando sedativo per facilitare il sonno al termine di una lauta cena di gala?

Minimal Chic.

Poi fu il periodo minimalista, che proponeva menu bonsai: micro tramezzini, cubotti di frittatine, piccole verdurine ripiene, cialdine. E, per rafforzare il concetto dell’essenzialità e stroncare ogni residuo brandello di aspettativa nel cliente, alcuni suggerivano piccoli taglieri con spicchietti di formaggi.

Nemmeno i sacri doveri dell’ospitalità garantivano un riparo dalla sobrietà gastronomica, e al congressista straniero venivano proposte paper thin Praga ham slices, paper thin octopus slices e, per sancire definitivamente il concetto, paper thin parmesan cheese slices.

Le bignoline la spuntavano su tutto, tiravano da matti. C’erano quelle farcite alla marmellata o alle creme, e quelle alla spuma di salmone o al formaggio fuso alle erbette. Il coffee break per piccoli Puffi recitava coerentemente: briochine mignon, chiffarini e ventaglietti di sfoglia, mini krapfen, meringhette, canestrellini, quadrotti di focaccia.

Mono is beautiful.

Il minimalismo gastronomico spalancò infine le porte alle monoporzioni, decretando il successo di scodelline laccate contenenti enigmatiche palline bianche flottanti in fluidi rosso fucsia e mestolini con ventose di polpo abbracciate a cozze nude, distese su una dadolata (concassè, ça va sans dire!) di pomodorini pachino.

Ormai in tutti i centri congressi scenografici buffet con geometrie di bicchierini dai raffinati cromatismi catturano sguardi e papille gustative dei congressisti.  I menu declinati dall’antipasto al dessert nei cucchiai dal manico curvo suggeriscono e non esauriscono, stuzzicano e non ingolfano.

Soprattutto non saziano. La scelta è tra l’accumulare imbarazzati pile di scodelline svuotate in una sola lappata e il becchettare discretamente e, non appena terminato il congresso, cercare immediatamente su google maps il più vicino Da Totò la vera Napoli.