Inaspettatamente, durante un giro di ispezione nei magazzini del Centro Congressi, erompono riflessioni sulle tecnologie congressuali.

Aprendo la porta di un ripostiglio si scorgono alcune sagome sopra uno scaffale. Ci vuole qualche attimo per distinguerle nella penombra, poi riaffiora una qualche familiarità. Saranno lì da oltre 15 anni: un proiettore Carousel e due lavagne per lucidi.

Di colpo varchiamo uno Stargate e ci ritroviamo a inizio anni ’90.

Siamo nella galleria della Sala Maestrale, nel buio tagliato dalla lama di luce di due proiettori di diapositive con lampade allo Xenon, specie di macchine minotauro con un Carousel montato sopra un videoproiettore.

Upside down and backwards.

Adesso in Sala Maestrale abbiamo come standard un proiettore Christie DLP 14000 ansi – Full HD, e tutto o quasi tutto si fa con quello e con un pc.

Allora qui nel nostro Centro Congressi  i video si proiettavano con dei Talaria della General Electric. Costavano oltre 100 milioni di lire e la valvola luminosa che doveva essere cambiata ogni 1000 ore di utilizzo ne costava più di 30.

Il proiettore Xenon  per le diapositive già era tecnologia all’avanguardia rispetto a quella delle sale più piccole, dove si usavano i Carousel della Kodak.   Collocati a metà sala sopra un trabattello, inibivano la visuale di una fetta del pubblico retrostante.

Le diapositive andavano pazientemente inserite a una a una nel caricatore circolare da 140 slides, ottima invenzione dell’italo-americano Louis Misuraca, anno 1950. Ogni tanto c’era qualcuno che non ricordava il verso della “diapo”: dritta o capovolta? Faccia lucida fronte o retro? e doveva smontarne una serie.

Il ronzio di sottofondo nella proiezione era scandito dal clac secco del carrello che si spostava di una tacca, e dall’ordine del relatore al tecnico:

“avanti!”

“no: indietro di una! No: di due”

E clac e clac e clac!

Qualche volta il relatore portava in dote lo scatolino giallo di diapositive casalinghe con il telaio di cartone: ogni tanto se ne incastrava una e c’era uno stallo: il tecnico armeggiava in 5 mm di fessura con le dita o con una lama se ne disponeva, per recuperare la slide semi masticata dal meccanismo. Qualche volta lo stallo si protraeva troppo e il centro della diapositiva si accartocciava bruciato dalla lampada. Seguiva l’improperio sommesso del tecnico, presumibilmente anche quello del relatore, e il brusco “avanti!” di quest’ultimo.

L’ansia da proiezione.

Avevamo in uggia la  proiezione dei lucidi. Tollerabile nelle sale più piccole, fonte di sgomento nelle sale grandi: la Maestrale e la Grecale.  Proiettare con una lavagna luminosa da 450 watt lucidi scritti a corpo 12, se non a mano, sullo schermo di 9 metri per 6 di una sala enorme, era un’incongruenza.

La lavagna doveva forzatamente stare su un tavolino posto di fronte allo schermo; proiettava un trapezio, e noi ci sentivamo mesti per lo svilimento del contesto. Neanche la Liesegang Trainer Deluxe 400 elettronica, subentrata dopo qualche anno, risollevò la situazione, seppur migliorando la prospettiva della proiezione.

Erano tempi di messe a fuoco, tarature complesse, rischio di inceppamenti e una certa ansia sino alla fine dell’evento. Fronteggiavamo imprese ardue come la doppia proiezione in sincro nell’Auditorium con palco e schermo posti tra due sale opposte, con attrezzature a rischio di bloccarsi imprevedibilmente e da sostituirsi all’istante.

L’avvento di Power Point e della tecnologia digitale costituirono una liberazione. Un giorno ci accorgemmo che riuscivamo a seguire gli eventi decisamente più rilassati.

Nel corso degli anni abbiamo smaltito i Talaria, gli “Xenon”, oltre a una quantità di mixer, amplificatori, distributori di segnali, fari, pile di cassette audio e video ancora vergini e attrezzatura varia. Resistono sullo scaffale il Carousel e le due lavagne, forse solo in virtù di un limitato ingombro, forse per consentirci, di tanto in tanto, di riattraversare lo Stargate e considerare quanta strada si è fatta.